LO SPETTRO DELLA MORTE

Lo spettro della morte aleggiava sul capo del giovane Fijoputa fin da quando, durante la guerra dei Cinque Cereali, una banda di soldati in ritirata aveva saccheggiato il villaggio di Kagapoku e trucidato i suoi abitanti. Il giovane aveva perso nell’eccidio i genitori e tre sorelle. Avendo sentito parlare di Kagaminka, un famoso maestro zen illuminato a giorno, decise di recarsi nella città di Sugakazu per fargli visita. Kagaminka lo accolse nella sua modesta dimora e mise la teiera sulla carbonella. Fijoputa gli rivolse queste parole:
— Maestro, non c’è momento della vita, non un solo minutissimo istante, ch'io non passi alle prese con torvi pensieri di morte. Che fare, o Illuminato, per liberarmi alfin di tale spettro?
— Torna da me domani, e ti mostrerò una cosa. Oggi ho un attacco di otofagia — rispose il maestro versandosi una tazza di tè.
Fijoputa ritornò il giorno dopo, pieno di aspettative. Il maestro mise la teiera sulla carbonella, poi lo guardò dritto negli occhi, soprattutto il sinistro, infine disse: — La morte è inevitabile, perciò perché dolersene? Temerla può forse allungare di un solo istante la nostra vita? Quando il dolore è accettato come tale, è meno doloros... Ahiaa-ahh!… accipicchia! Mi sono scottato, che male!… Devo decidermi a cambiarla un giorno o l’altro, quella benedetta teiera! Dicevo, caro ragazzo: se non temi la morte, meglio così. Ma se ne hai paura, abbi paura senza dolertene. Latte o limone?
Fijoputa fu colpito dalle parole di Kagaminka, ma solo di striscio. Dalla finestra vide una lieve brezza agitare le cime dei prugni e dei mandorli in fiore, poi osservò il vecchio uomo: aveva un sorriso ineffabile, uno sguardo inafferrabile e un contegno inaccessibile. A dirla proprio tutta, gli sembrò anche un tantino rincoglionito. Come poteva pretendere, quel curvo vegliardo, di non tremare al cospetto della morte?
In quell’istante si udì fuori dalla porta il calpestio di un cavallo. Kagaminka guardò dalla finestra, poi spingendolo con forza disse al giovane — Presto, nasconditi qui! — e lo fece sparire in una botola dove teneva le provviste. Prima che Fijoputa avesse il tempo di capire, un uomo aveva sfondato la porta con un calcio e si era introdotto nella capanna del maestro. Che fosse Kazumoshu, lo spietato fuorilegge che da tempo terrorizzava la regione delle Pianure Montuose?, si domandò Fijoputa, sollevando appena lo sportello della botola in modo da poter seguire la scena inosservato. Tremava di paura. L’energumeno brandiva una sciabola e una pesante ascia.
— Dammi del denaro, vecchio, o ti spicco la testa dal collo! — disse il bandito. Con freddezza Kagaminka replicò: — Sono un povero vegliardo, e non ho che pochi spiccioli per una ciotola di riso. Vattene dalla mia casa, lasciami in pace!
— Vecchio, sto per spiccarti la testa dalle spalle. Dammi il tuo denaro, o sei morto.
— Credi dunque di farmi paura? Avanti, colpisci, sono qui — e gli si parò dinanzi, fissandolo dritto nelle pupille. — Forza, uccidi questo vecchio indifeso, con la sciatica, i reumatismi, l’alluce valgo e i trigliceridi alle stelle! Che aspetti? Non ho tremato di fronte alla morte in gioventù, perché dovrei farlo ora che ho i mesi contati? Il bandito tentennava, sembrava, di fronte a tanta temeraria calma, aver smarrito la sua arroganza. Fijoputa pensò che era la prima volta che gli capitava di ammirare qualcuno stando chiuso in una botola.
— Allora? Che fai, non mi uccidi? — disse Kagaminka intrepidamente, sempre fissando l’energumeno.
— Ehm, no… stavo pensando che oggi non mi va, di uccidere, sai, è questione di ispirazione… Facciamo così: magari ripasso tra un paio di giorni e ti ammazzo con calma. Va bene dopo cena?
— D’accordo. Mi raccomando, puntuale, però! Non sopporto i ritardatari.
L’energumeno girò i tacchi, montò a cavallo e se ne andò al galoppo. Fijoputa uscì dalla botola e corse ad abbracciare Kagaminka. Si disse sbalordito dal suo sangue freddo di fronte alla morte, e volle congedarsi con dei versi profondamente ispirati che gli eruppero inarrestabili dal seno, sui quali in questa sede volentieri sorvoliamo.
Dopo alcuni istanti di imbarazzato silenzio, Fijoputa si congedò dal vecchio con un profondo inchino e partì per fare ritorno al suo villaggio. Non appena si fu allontanato, l’energumeno ritornò galoppando alla capanna di Kagaminka. Il maestro gli venne incontro con una piccola borsa piena di denaro.
— Bravo, Tapabuki, una recita perfetta! Ecco i tuoi dieci pezzi d’oro. Oggi quel ragazzo è diventato uomo. — Poi il vegliardo rientrò nella sua misera stamberga, e mise la teiera sulla carbonella.

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