CRONACHE D'ARTE ARTEFATTA


Grande successo di critica e di pubblico per Percorsi d'arte artefatta: da un'incommensurabile incomprensibilità all'essere-nel-tempo-perso, la rassegna in corso alla Biennale di Venezia aperta fino al prossimo 31 marzo. Belli gli allestimenti (un unico appunto sulle toilettes. Non andavano messe tra i tavoli del bar: si sono registrate lamentele di visitatori disturbati durante i bisogni dall'odore dei panini) e la grafica espositiva. Un appuntamento imperdibile, dunque, in un viaggio attraverso le più originali tendenze dell'arte contemporanea, ammesso che esista ancora qualcosa che si possa chiamare "arte contemporanea" dopo lo scioglimento dell'Equipe 84.


Fin dall’esoso costo del biglietto d’ingresso il visitatore è messo a confronto con lo spirito che dà vita alla manifestazione, benché nessuno abbia capito esattamente quale sia. G. Bollati Acquaroni lo individua in un attacco frontale all'abitudine di proporre opere comprensibili. Ci sembra una debole argomentazione, con il difetto aggiuntivo - imperdonabile nell'esegesi artistica - di una eccessiva comprensibilità. (G. Bollati Acquaroni, per chi non lo sapesse, è l'elettrauto del curatore della mostra). Tralasciamo volentieri tali spinose questioni ermeneutiche per riassumere in un breve excursus quelli che ci sono sembrati i momenti più significativi della rassegna.


Il percorso espositivo è aperto da un pregnante allestimento del giovane greco Mikis Debosciakis (l'artista si è lasciato alle spalle i problemi con l'alcol. Ora riesce finalmente a berlo, e la sua creatività ne ha guadagnato). L'opera, dal titolo Il casco da hockey di Stravinsky, è costituita da una parete in gesso bianco di otto metri per tre, di scabra nudità, interrotta soltanto da una presa elettrica. "Nel nulla epistemologico dell'operazione artistica - chiarisce l'autore in una nota che testimonia la purezza della sua ispirazione - una catarsi creativa è possibile solo attraverso la presa di coscienza della crisi della società liberale, o attraverso una presa per i fondelli del pubblico, a seconda delle convenienze del mercato."


Si procede attraverso lo spazio dedicato ai lavori del sudcoreano Minh Ga Bun, già segnalatosi lo scorso anno a Fumonegliocchi, la rassegna postminimalista tenutasi al PAC di Milano. Bun espone le sue enormi tele dalla parte del telaio, in una sorta di rifiuto del gesto pittorico che mira a ridefinire l'esperienza dello spazio, categoria da ripensare non più in chiave ontologica, ma come puro essere-nel-tempo e al di fuori di esso, anche nello stesso weekend. La sua coraggiosa ricerca sull'"essenza dell'assenza" ha fatto dell'artista asiatico una presenza immancabile ovunque ci sia una vetrina dove farsi notare e dove mangiare gratis.


Nella sezione dedicata al basco Urruti Disarticoechea spicca fra le altre una interessante Scultura senza cultura. Si tratta di un letto di cocci di vetro (a significare l'impossibilità del riposo in una società sempre più frenetica e attivista, o un clamoroso spreco di tempo?) sul quale - detto per inciso - vedremmo volentieri sdraiato il suo autore. Notevole anche Perché non ho fatto l'impiegato?, una enorme foglia di lattuga in resina sintetica, resa con iperrealistica attenzione, il cui senso allude forse all'abbandono del sogno antropocentrico, e dove la vegetalità-in-sé di un inoppugnabile essere-insalata sconfina nella amara constatazione dell'aumento di prezzo degli ortaggi.


Un momento davvero stimolante è quello dedicato all'artista ucraino Oleg Insipienkov, e alle sue Avventure luminose, installazioni di tubi al neon che descrivono percorsi contorti come la personalità del loro autore, in un gioco di rimandi e citazioni che va da Marcel Duchamp ai Ricchi & Poveri di Sarà perché ti amo. "La luce - confessa Insipienkov in una breve intervista pubblicata nel catalogo della mostra - viene prima di tutto. Se di notte mi sveglio con la voglia di fare uno spuntino, per trovare le pantofole devo accenderla. Altrimenti dovrei andare a ten-toni, con il rischio di rovesciare qualcosa e svegliare mia moglie, che me lo rinfaccerebbe per una settimana. Senza luce, brancoleremmo tutti nel buio..."


Fa discutere come sempre il portoghese Nelson Cabral Peto, presente con un provocatorio Lavandino di lava. L'opera in basalto rosso suscita una sorta di angoscia metafisica, un silenzio ontologico che sembra porre inquietanti interrogativi: dovremmo lavarci dei nostri peccati? E se mancasse l'acqua calda? Di grande interesse si rivela anche Accappatoio di ghisa, doloroso grido di denuncia sul tramonto dell'era dell'ammorbidente. Peto ha il grande pregio di riuscire a coinvolgere il fruitore, rendendolo partecipe dei perché della sua ricerca. Un discorso a parte meriterebbero i chissà, forse meno accessibili al grande pubblico.


Apre un'affascinante parentesi neoesistenziale il parigino Sebastien La Choféque, esponente di punta di quella nouvelle médiocrité che tanto scalpore sta suscitando nel suo paese. I suoi objects trouvée, desolati relitti emersi dal terrain vague di una civiltà postindustriale al tramonto, si pongono come testimoni di un rassegnato c'est la vie, rammentandoci, ove ce ne fosse bisogno, che ormai les jeux sont faites. Indicativa in questo senso è la sua Busta della spesa con frase di Sartre, in cui l'artista opera uno straniamento del rapporto fruizione-contenuto inteso da un lato a riscattare la reificazione oggettuale, dall'altro a permettergli di restare nel giro.


È tempo di spendere qualche parola sul nostro Mario Schifone. Lo facciamo con vivo piacere. Schifone, oltre a essere un grande artista, è persona priva di pose, e non ha mai rifiutato ad alcun allievo il privilegio di baciargli i piedi. Il suo recente avvicinamento al postinformale è vissuto sì come liberatoria prassi creativa, ma anche, e soprattutto, come mezzo sub specie aeternitatis per non alzarsi prima delle undici. Ciò senza che la statura morale della sua opera ne risulti sminuita, cosa affatto straordinaria nel panorama artistico, soprattutto per un uomo così basso. Ristabilendo escatologicamente l'equazione pittura=bruttura, con i densi impasti cromatici dei suoi ultimi lavori Schifone sembra voler gridare l'inattualità della storia, che trova più noiosa della geografia, ma sempre meglio dell'ora di religione.

Sorge spontanea una domanda: era proprio necessario intitolare Lasciami pure vicino al garage il più interessante di essi? Notevoli anche Ci vorrebbe un maestro di judo, pieno di significati occulti che nessuno riesce a trovare, Escrescenza, incomprensibile persino all'autore, Tela imbrattata n°3, opera di impervia difficoltà, costata all'artista uno sforzo quasi pari a quello necessario allo spettatore per sopportarne la visione.


Ed eccoci a parlare di Judy Morales. L'eclettica artista californiana esibisce Etciù! e Salute!, due serie di ventiquattro sequenze fotografiche nelle quali ha ritratto se stessa durante il raffreddore che le ha congestionato le vie respiratorie dal 20 al 25 ottobre scorsi. L'autrice ne parla in questi termini: "Mi sembrava importante mettere in luce, attraverso lo scatto fotografico, la carica eversiva di una violenta faringite, a prescindere dai presupposti ideologici del mal di gola. Questo mi ha dato la possibilità di accedere a una esatta immagine mentale della mia trachea, nella misura in cui tende ad entrare in conflitto semiotico con le adenoidi ingrossate. Ora, dando per scontata la ridotta viscosità del muco in un momento di incertezza culturale quale quello che viviamo, ero interessata ad avere un quadro completo della mia situazione orofaringea alla luce della tragedia dell'11 settembre." In una piccola bacheca a parte è possibile ammirare anche un campione di muco della Morales, ed alcuni suoi fazzoletti di carta usati.


Sven Jonas Insulsson ci sorprende sempre. Sembra tornato l'enfant prodige del periodo newyorchese, quando scandalizzava meno per l’iconoclastia delle sue opere che per la vita privata (la sua predilezione sessuale per i molluschi è ormai leggendaria, negli ambienti intellettuali della Grande Mela). Oggi torna sotto i riflettori con la serie dei Mobili Ignobili, una collezione di tavoli, poltrone e divani in plexiglas trasparente, refrigerati e riempiti con insalata di mare. L'opera, mettendo in evidenza l'eroica inutilità del panino veloce al bar, vuole anche essere una riflessione sulla condizione meccanizzata dell'esistenza, e sull'opportunità o meno di tenere in casa un pitone. La scelta dei materiali è sempre stata importante per l'artista scandinavo. Dopo un tormentato periodo di lavoro sui nervetti, era passato in anni più recenti all'insalata capricciosa, nel cui utilizzo intravvedeva maggiori potenzialità espressive, per poi tentare una spericolata incursione nel mondo delle salse (rosa, tartara, tonné). Aveva quindi abbandonato questa strada dopo la folgorazione per il paté — più duttile, anche se di più arduo utilizzo — sconvolgendo la critica con Patétic, una gigantesca scultura in paté de fois gras e cetriolini guarnita, nella spasmodica ricerca di un ubi consistam, con olive denocciolate.


Davanti alle migliori opere esposte, ci sentiamo insomma alle prese con un dubbio lacerante: dovremmo rispondere al loro silenzio, al loro incommensurabile nella-misura-in-cui, o sarebbe meglio andarsene tutti quanti al mare?

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