L'AUTOGRAFO

L'AUTOGRAFO


Lo rincorsi per duecento metri prima che si fermasse, ansimando, all'angolo con la tabaccheria. "Mi scusi", dissi, porgendogli taccuino e penna, "me lo farebbe un autografo?" Mi guardò come si guarda qualcuno che ha sbagliato indirizzo. "Io? E perché? Non sono una persona famosa!" "Oh, lo so! — risposi — È proprio per questo che le chiedo l'autografo..."
Esitò, poi prese la penna con la cautela di chi maneggia un oggetto sconosciuto. Scrisse il proprio nome — Renato Spizzichini — in una calligrafia incerta, un po' inclinata, come uno scolaro alla lavagna. "Ecco", disse, restituendomi il taccuino. "Ma perché proprio io?" Guardai la firma: era storta, sbavata, anonima come il suo autore. "Fra venti o trent'anni", spiegai, "nessuno si ricorderà di lei. E io — o magari i miei figli, chissà? — saremo gli unici a conservare una sua testimonianza." Raccogliere le firme di persone qualunque: non era forse, il mio, un gesto di sensibilità estrema, in un mondo così freddo e indifferente?
Rimase un istante interdetto, poi sorrise, colpito, e si allontanò verso casa, con tipica andatura da uomo della strada.
Il taccuino, da quel giorno, conta seicentotrentasette firme. Nessuno di quei nomi comparirà mai in un'enciclopedia: una collezione unica al mondo per la sua assoluta mancanza di valore.

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